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Un contributo a fondo perduto è una somma che un ente pubblico (Stato, Regione o Unione Europea) eroga a un’impresa o a un professionista senza chiederne la restituzione, a patto che realizzi un progetto ammissibile e rendiconti le spese. La regola che sorprende chi non ha mai partecipato a un bando riguarda il momento in cui arrivano i soldi: quasi sempre a rimborso, dopo aver speso e rendicontato, salvo i bandi che concedono un anticipo contro fideiussione. L’impresa deve saper finanziare il progetto per intero prima di incassare.
I contributi a fondo perduto sono somme di denaro pubblico che Invitalia, MIMIT, Simest, le Regioni e i programmi europei trasferiscono a un’impresa senza obbligo di restituzione, a condizione che il progetto approvato venga realizzato e le spese rendicontate secondo le regole del bando. Qualunque sia il bando, la cornice europea è sempre una delle due: il regime de minimis, che vale fino a 300.000 euro di aiuti per impresa unica nell’arco di tre anni e resta in vigore fino al 31 dicembre 2030, oppure il regime GBER, che consente massimali più alti ma chiede requisiti più stringenti e nella versione oggi vigente si applica fino al 31 dicembre 2026. Le coperture tipiche vanno dal 30% al 75% delle spese ammissibili. Le percentuali più alte che si leggono in giro, fino al 90% su Smart&Start Italia e su ON Tasso Zero, sono coperture complessive, non contributi. Su Smart&Start sommano il finanziamento a tasso zero e, per il Mezzogiorno, il 30% del mutuo a fondo perduto. Su ON il 90% è oggi interamente finanziamento da restituire, perché dal 1° luglio 2026 la quota a fondo perduto è esaurita.
Il vincolo che pesa di più arriva dopo l’incasso: il progetto e i beni agevolati vanno mantenuti per 3-5 anni, altrimenti scatta la revoca con restituzione e interessi.

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